Aroldo Guerrini

Presidente onorario

Una vita piena, professionalmente parlando e sempre sul filo dell’innovazione. Il presidente onorario di Circle Project si racconta.
A 18 anni fui assunto dalla Farfisa, una multinazionale che produceva strumenti elettronici ed è stata per me un’esperienza di vita e di lavoro fondamentale.

Poi un grave incidente.
Durante una fase di lavorazione fui colpito da un residuo ad un occhio. Dopo un duro decorso ospedaliero ho perso la vista.
Mi hanno proposto altri lavori ai quali ho opposto un deciso rifiuto, perchè mi piaceva disegnare avendo la passione per la meccanica.

Hai iniziato dalla “gavetta”.
Da tecnico specializzato a capofficina in pochissimo tempo. Quando il mio capofficina andò in pensione, il direttore di stabilimento mise degli annunci sui giornali per cercare un tecnico che ricoprisse il ruolo, ma l’amministratore delegato, che era un ingegnere meccanico, mi selezionò dicendo che avevo tutte le competenze.
Fu così che diventai il caporeparto officina, prototipazione e responsabile della progettazione. I dipendenti furono d’accordo.

Farfisa ha significato una grande storia nel design.
Sotto la nostra responsabilità sono passati progetti importanti e che hanno ottenuto grandi riconoscimenti in tutto il mondo. Una fra tutte: la tastiera che si chiudeva e si apriva.
Era come essere sul palcoscenico. Ho avuto diverse importanti richieste per una carriera nel mio settore, ma sono rimasto fedele alla mia terra.

Alla fine degli anni 70, inizio anni 80, c’è stato un incontro importante con una multinazionale:
si trattava della progettazione di una lavatrice per la Electrolux. Il mio team riuscì nell’obiettivo di progettare l’elettrodomestico perfetto che non comportò nessuna modifica ulteriore, guadagnando tempo prezioso e consegnando un mese prima della scadenza programmata. Fu un lavoro che rasentò la perfezione.

Quale fu il segreto?
La programmazione puntuale di tutto il processo integrando la parte del progetto, dell’esecuzione, dell’industrializzazione e dei costi certi. Non c’erano software capaci di fare tutto questo, ma utilizzavamo dei fogli attaccati alle pareti. Presto occupavamo tutto l’ufficio e poi più stanze.

Non va in pensione?
Ci sono andato nel 1998, ma non ho mai lasciato il lavoro. Per me è puro divertimento. Ho continuato come consulente per grandi progetti per grandi multinazionali.

Com’è oggi lavorare?
Il lavoro è diventato più difficile. Occorre avere una forte propensione all’apprendimento, avere una cultura improntata a conoscere, a meravigliarsi per l’innovazione. Non è un elemento scontato, occorre costruire questa cultura.

Creare o copiare? 
Tutti i grandi progettisti copiano e poi aggiungono qualche cosa. Il concetto fondamentale è che quello che hai fatto è già vecchio. Occorre concentrarsi sulla sfida del nuovo, altrimenti il mondo non va avanti.
Guarda qui (mi fa vedere un modello di un’auto da corsa che ha progettato almeno dieci anni fa), questo alettone l’ho fatto almeno dieci anni fa. Oggi una grande casa di produzione automobilistica l’ha messo sull’ultimo suo modello.

Circle Project è una bottega rinascimentale dove s’impara la progettazione, la gestione dei processi, ma soprattutto il gusto del bello, la cultura per i prodotti che aiutano a vivere meglio. Una sorta di scuola.
La scuola deve aiutare di più l’apprendimento pratico, dopo la teoria occorre la pratica e vedere i processi nella loro concretezza. Occorre formare studenti educati nella capacità di apprendere.

Un aneddoto a cui è legato.
Una nuova applicazione per l’Università di Bologna, nel reparto ospedaliero dove si eseguivano le operazioni di trachea. Siamo riusciti a sostituire la placca d’argento che era posizionata nel corpo del paziente, con una in plastica. Un’operazione dolorosa è stata così trasformata in una meno invasiva. Quando dico che progettare significa rendere la vita migliore, intendo fatti come questo.